Coordinatore del Partito Democratico di Roma

Oddio è lunedì #169 – l’avversario della politica si cela nell’astensione

La vittoria del SI al Referendum sul taglio dei Parlamentari ci obbliga ad una riflessione sulla necessità di rendere più moderna la democrazia parlamentare, così come si stanno innovando le scienze sociali e quelle economiche. Leggere il voto del referendum come una vittoria populista volta a cancellare la democrazia parlamentare, significa non voler analizzare fino in fondo le molteplici ragioni che hanno spinto milioni di persone a voler dimezzare il numero dei parlamentari. Parto da una semplice osservazione. Nella mia bolla personale su Facebook, alla vigilia del voto, il no avrebbe dovuto imporsi con una vittoria schiacciante. La mia bacheca social era piena zeppa di dichiarazioni a favore del no da parte di molti dei miei amici social. Tuttavia non ho mai creduto che sarebbe finita così. Mi è bastato girare per la strada, ascoltare i discorsi nei bar, parlare con i miei amici fuori dalla politica e leggere i messaggi che arrivavano da tanti iscritti al PD, per capire che il si avrebbe vinto agilmente. Non soltanto per una sfiducia nei confronti della classe politica, ma per un bisogno più profondo e radicale di cambiamento di un sistema politico percepito, a ragione, come immobile ed incapace di innovarsi. 

In questi mesi nel voto favorevole al referendum ho trovato di tutto. C’erano una parte di quelli che avevano votato favorevolmente anche alla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi e per i quali cambiare è diventato il mantra necessario a resistere in un Paese bloccato, dove la questione del ricambio generazionale e dell’avanzamento per merito non ha trovato risposta ed anzi è stata tradita dalla “rottamazione” incompiuta. C’erano ovviamente i grillini duri e puri, e anche puerili come probabilmente li avrebbe definiti Norberto Bobbio, per i quali la terra promessa si configura come il superamento della democrazia parlamentare verso l’approdo alla computer-crazia, che dovrebbe consentire una sorta di democrazia diretta modello Rousseau. C’erano quelli per nulla interessati a migliorare il sistema parlamentare, ma comunque felici di poter restituire uno schiaffo al potere, dopo averne presi troppi nella quotidiana lotta con la soffocante burocrazia imperante. C’erano inoltre i riformatori convinti, individui dotati di elevati strumenti culturali e con una buona qualità della vita che vorrebbero sinceramene migliorare la Costituzione, migliorando la funzionalità del sistema parlamentare e conseguentemente la qualità della classe politica. Persone che sono convinte che la qualità sia cosa ben diversa dalla quantità. In ultimo, ma non certo per importanza, c’era una parte del popolo della sinistra, che ha scelto di sostenere il si al referendum, magari turandosi anche il naso, con lo scopo di rafforzare l’azione di governo e per garantire la stabilità del Paese in un momento di grave crisi economica, resa più profonda dalle drammatiche conseguenze del Covid-19. 

Di conseguenza l’affermazione del SI al Referendum non può essere sottovalutata e nemmeno derubricata a incidente di percorso, perché ha il merito di restituirci una visione sociologica e antropologica del Paese, in grado di raccontarci come i cittadini stiano cambiando le proprie idee e le proprie abitudini politiche nel tempo delle post ideologie. Fuori dal campo del Si e del No, ovvero di chi ha scelto di partecipare all’attività democratica, rimane quasi la metà del Paese. Un gruppo molto elevato di indifferenti e disinteressati al problema, che con molta probabilità sono rimasti a guardare anche nei referendum del 2006 (riforma Berlusconi) e 2016 (riforma Renzi). Una parte di questo gruppo, tuttavia, vota alle elezioni politiche e a quelle amministrative. È quindi decisivo perché imprevedibile e spesso invisibile alle rivelazioni e ai sondaggi. A questa parte del Paese non si arriva parlando di riforme e di democrazia parlamentare. Per questo bisogna cominciare a concentrarsi su di loro, sui tantissimi che hanno smesso di credere che si possa cambiare il Paese con il voto ad un referendum. Soprattutto a loro bisogna avere il dovere di rivolgersi se si vuole costruire una democrazia più forte, poiché l’avversario peggiore per la buona politica non si annida di certo nel SI al referendum, ma nell’astensione di chi ritiene che non sia più la politica a poter risolvere anche i suoi problemi. 

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2 Risposte »

  1. Io ho votato no, sapendo che i si sarebbero stati maggioranza. Credo che le ragioni dei due voti dimostrano due atteggiamenti. Color che hanno letto che tanti deputati con un parlamento inefficiente era giusto diminuito senza porsi il problema di dive su situano le inefficienze ( due camere con gli stessi compiti), quelli che hanno votato no, credevano che la diminuzione dei parlamentari era solo una parzialussima riforma in quanto priva di contesto costituzionale dove inserirla. Ora se vogliamo i piccoli passi, avanti senza fare pasticci. Gia i promotori populisti rilanciano i costi dei parlamentari, mentre invece andrebbero sistemate le risorse a disposizione, es.chi non ha un aiuto non su danno le risorse, chi non frequenta il parlamento scalare le assenze, chi abita a roma e dintorni non devono avere contributi per alloggio etc. .

  2. Ciao Riccardo, analisi che registra alcune delle problematiche affrontate prima del referendum. Ne aggiungo una come pensi che abbiano votato i lavoratori della Romana Recapiti, che hanno perso a 50anni il lavoro a causa della internalizzazione dello stesso da parte di Poste italiane. Unico caso in Italia
    .

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