Coordinatore del Partito Democratico di Roma

Oddio è lunedì #117 – la politica delle buche ha indebolito per primi proprio gli ultimi

Soltanto in Italia il leader politico più importante del governo nazionale targato Lega-M5S può permettersi di interpretare anche il ruolo di grande oppositore della Sindaca di Roma sua alleata. Oggi Matteo Salvini è allo stesso tempo il deus ex machina del governo e il più acerrimo detrattore della Sindaca Virginia Raggi, pupilla del vicepremier Luigi Di Maio. In qualsiasi altro Paese del mondo si starebbero piegando sotto al tavolo dalle risate, al contrario in Italia questa farsa messa in scena sui social appassiona milioni di persone e per questo riceve spazio sui giornali e sui mezzi d’informazione. Siamo alla politica stile Beautiful, un soap opera quotidiana dove non sono importanti i risultati raggiunti dai governi o dalle amministrazioni, ma le vite e le relazioni che si instaurano fra i personaggi principali.

Sarà forse per questo motivo che ormai mi aspetto da un momento all’altro pure le resurrezioni in stile Taylor Hayes, una delle protagonisti della soap americana, tornata a far parte della serie dopo una serie roccambolesca di finte morti, allontanamenti e tentati omicidi. Ormai la politica italiana si è ridotto a questo, una sequela interminabile di post pubblicati sui social, dove il leader di turno pubblica quello che gli pare, trasformando il proprio pensiero personale nella discussione quotidiana e riuscendo nell’intento di distrarre i cittadini, ormai ridotti a mero pubblico, dai reali problemi del Paese. Oltre alle soap opera, purtroppo, dagli Stati Uniti stiamo importando anche un modello di politica familistico e personalistico, che rischia di riproporre in farsa l’epopea Berlusconiana dell’ultimo ventennio.

Ci sono molte responsabilità per questa deriva. La prima è, ovviamente, dei politici delle opposizioni. Invece di proporre modelli di partito diversi da quello del leader solo al comando, ci si è pedissequamente uniformati al modello dominante, perdendo prima che la battaglia per il consenso, quella per l’egemonia culturale. I partiti politici per loro stessa natura dovrebbero essere dei contenitori in grado di ospitare democraticamente anche idee diverse fra loro, capaci di arrivare ad una sintesi, attraverso un confronto dialettico, dal quale far emergere una linea unitaria da proporre al Paese. Aver delegato il compito di produzione delle linee politiche e strategiche del Partito Democratico, esclusivamente al mero strumento partecipativo delle primarie per la scelta delle leadership, ha progressivamente ridotto lo spazio destinato ai contenuti, dilatando oltre modo il tempo dedicato al profilo del leader e a quello dei suoi avversari interni ed esterni. Il risultato è stato quello di produrre un dibattito stantio, dove non si discute più sulle conseguenze delle scelte politiche, ma sui caratteri personali o peggio ancora sulle strategie comunicative di chi quelle scelte le assume.

Siamo dinnanzi ad un burrone e di conseguenza sarà probabilmente il senso di vertigine a farmi trovare d’accordo, per la prima volta, con le parole di Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze greco, ora capolista in Germania per il movimento Domkratie in Europe, costola di DiEM25. Per Varoufakis Salvini “è il prodotto della Depressione, così come Mussolini e Hitler furono il prodotto della Depressione tra le due Guerre mondiali in Europa“. Il problema più grave, tuttavia, è che le attuali democrazie occidentali assomigliano paurosamente alle democrazie liberali dei primi anni venti del novecento, prima che venissero abbattute come le tessere di un domino da diverse forme di totalitarismi, impensabili soltanto qualche anno prima. Questo accade perchè la democrazia è vittima, prima che degli attacchi dei suoi nemici, delle sue debolezze interne. Soffre delle sue contraddizioni, della sua scarsa autostima, delle sue incertezze nel definire i propri valori e la propria stessa identità. In molti paesi europei, oggi come allora, i peggiori nemici della democrazia non sono gli antidemocratici di sempre o i nostalgici dei regime, ma i democratici delusi dalla “democrazia reale”. Quelli che si deprimono per la stagnazione della propria condizione sociale ed economica e per questo si lanciano alla ricerca di nuovi miti o valori forti in cui credere. La crisi, prima ancora che nei sistemi politici, alberga sempre nei cuori e nelle menti delle persone.

In questi ultimi anni si sente spesso affermare come non ci sia molto tempo. Se vogliamo salvare il pianeta dai cambiamenti climatici ad esempio, ma anche se vogliamo cambiare le Istituzioni europee, ribaltando il paradigma dominante di un mercato economico e finanziario deresponsabilizzato e deregolamentato, nel quale i più deboli arretrano sempre di più, mentre i più ricchi avanzano oltre misura. Sono questi i concetti di cui dovremmo parlarecon coraggio dappertutto. Nei mercati, nelle palazzine dove ci piove dentro, ai bordi delle strade piene di buche e persino nelle chat dei genitori della scuola. In questi anni ci hanno convinto come fosse più importante la politica della buca e della fontanella, rispetto a quella che metteva al centro la disuguaglianza fra le persone e la difesa dei diritti dei più deboli.

Ci hanno raccontato come la buca non fosse nè di destra nè di sinistra, ma invece lo era eccome, perchè quelle delle periferie rimangono dove sono per anni, mentre l’asfalto di una parte della via Cristoforo Colombo è stato rifatto in due giorni per permettere ai bolidi della Formula E di scorazzare per Roma, mentre la città soffoca nella morsa del traffico. Aver smesso di parlare delle grandi idee della politica e di investire nei progetti di largo respiro, limitandosi alle piccole cose, ha indebolito per primi proprio gli ultimi, quelli per cui esiste la politica, che ha come compito principale quello di bilanciare gli squilibri sociali ed economici. Non rivoluzioneremo l’Italia e la capitale organizzando dibattiti dentro i teatri per lanciare qualche suggestiva candidatura, ma soltanto tornando in piazza fra le persone per discutere di come poterle difendere da una crisi ormai stagnante. E’ certo che ci accoglieranno con qualche mala parola, urlandoci in faccia dove siamo stati in questi ultmi anni. Tuttavia è questo e soltanto questo il compito di chi vuole fare politica. Chi ha paura di farlo o peggio ancora creda ci sia un modo più facile per impegnarsi, compia un gesto di altruismo e sana generosità, facendosi da parte e consentendo a chi se la sente veramente di interpretare questa difficile fase storica.

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