Assessore alla scuola, al bilancio, alla trasparenza e alla partecipazione del III municipio di Roma

Oddio è lunedì #60 – l’odio genera odio, anche oltre i confini del digitale

Il mondo torna ad armarsi sotto la spinta di Donald Trump. La nuova strategia nucleare statunitense, spiegata nel “Nuclear Posture Review” (clicca qui) prevede lo sviluppo di testate nucleari a potenza ridotta, anche di un solo kilotone, per effettuare attacchi “chirurgici“, che provocherebbero un numero ridotto di vittime. L’obiettivo dichiarato è quello di danneggiare il nemico, senza per forza innescare una rappresaglia termonucleare da “fine di mondo. Per intenderci, le nuove bombe nucleari mignon sarebbero 17 volte meno potenti della bomba sganciata il 6 agosto del 1945 su Hiroshima. In sostanza, quindi, dovremmo pure ringraziare il Presidente Usa per la brillante trovata. Ci sarebbero un pò meno vittime, dicono dal Pentagono, come se il numero facesse la differenza nell’affrontare l’orrore della guerra e della morte.

La Shoah ci sembrerebbe più accettabile se a morire fossero stati “soltanto” tre milioni di persone invece del doppio? La Seconda Guerra Mondiale ci apparrebbe meno atroce, se a perdere la vita fossero state “soltanto” 35 milioni di persone, invece del doppio? La revisione della strategia sul nucleare voluta dal tycon statunitense ha l’obiettivo di far ripiombare il mondo in una nuova guerra fredda, quale argine alla Russia e alle potenze emergenti dell’Oriente. La mia non è soltanto una preoccupazione, ma la semplice lettura delle dichiarazioni del ministro della Difesa Usa Jim Mattis, che nell’introduzione al documento di 75 pagine giustifica il piano come risposta “all’aumento delle capacità militari russe e alla natura della loro dottrina e strategia“. Sia chiaro, Vladimir Putin è certamente il leader politico che più si avvicina ad un dittatore del novecento. Tuttavia pensare di arginare il suo potere politico, economico e militare con la deterrenza mini-atomica, mostra tutta la debolezza politica degli Stati Uniti, sempre più isolati dalla comunità internazionale.

L’odio genera sempre odio, anche oltre i confini del digitale. Come è accaduto a Macerata, dove un italiano ha scatenato il terrore per le vie del centro, esplodendo colpi da un’auto in corsa e ferendo sei persone, tutte africane. Luca Traini, l’autore dell’attacco, al momento dell’arresto si è tolto il giubbotto e si è messo sulle spalle una bandiera italiana. Poi è salito sui gradini del monumento di Piazza della Vittoria, si è girato e ha fatto il saluto romano. Una persona con probabili disturbi psichici, la cui storia tuttavia spiega bene come persone deboli, possano essere strumentalizzate da chi utilizza la politica della paura e dell’odio per produrre consenso elettorale.

Traini nel 2017 era stato candidato alle elezioni comunali di Corridonia, in lista con la Lega Nord, prendendo zero preferenze. Quando una persona si candida e non prende nemmeno il suo voto, vuol dire che è un riempilista, spesso una persona conosciuta dal partito alla quale si chiede il “sacrificio” di candidarsi per completare la lista elettorale, pur sapendo che non verrà mai eletta e che persino il suo voto andrà ad un altro candidato. Che l’uomo, poi, non appaia indifferente al movente politico, lo dimostra anche la scelta di colpire, oltre alle persone, anche la sede del Partito Democratico.

A commento della follia, il leader della Lega Matteo Salvini, pur condannando il gesto, non si è lasciato scappare l’occasione drammatica per strumentalizzare la vicenda, prendendosela con “chi apre ai clandestini“. Sullo sfondo il terribile omicidio di Pamela Mastropietro, per il quale è stato arrestato un giovane nigeriano. Sono assolutamente d’accordo con Roberto Saviano. I politici come Matteo Salvini sono “i mandanti morali” delle fabbriche dell’odio. La vicenda di Macerata, infatti, non deve stupire. Al contrario è davvero incredibile come episodi del genere non siano accaduti prima, magari contro giornalisti e politici, sempre più bersagli quotidiani dell’odio frustrato dei social. Il pericolo di fomentare le gesta dei folli non conosce i confini virtuali ed in effetti non scorgo alcuna differenza fra chi arma le menti e le mani dei kamikaze islamisti contro l’Occidente, da chi indottrina uomini deboli ad odiare coloro che hanno il colore della pelle diverso dal nostro. Entrambi usano persone facilmente influenzabili per conseguire i propri scopi politici.

E’ compito di ognuno di noi quello di provare a reagire alla società dell’odio e dell’invidia sociale. In questi anni in troppi, abusando delle possibilità create dai social network,  hanno esultato con la bava alla bocca, commentando le immagini di un operatore ecologico o di un autista dell’autobus immortalati al bar, mentre erano di servizio. Come ha scritto la giornalista Mara Azzarelli, sono gli stessi che oggi si lamentano per l’assurdo braccialetto elettronico studiato per i lavoratori di Amazon, per tracciarne i movimenti e monitorarne l’efficienza sul lavoro. Ci vorrebbe molta più coerenza e probabilmente anche maggiore cautela. Questo è esattamente il mondo del lavoro che volevano quelli con la bava alla bocca, leoni da tastiera pronti a diventare all’occorrenza pecorelle da salotto. Le politiche populiste della Lega e del M5S conducono inevitabilmente verso un mondo meno libero e più controllato, sullo stile del si stava meglio quando si stava peggio. Sull’argomento è uscito nelle sale cinematografiche un bel film di Luca Miniero, dall’evocativo titolo “Io sono tornato“. E’ la storia dei tanti presunti “Benito“, che ancora oggi caracollano per il nostro Paese, celando dietro battute da taverna, il desiderio del potere.

Quando alla politica si sostituisce l’odio e il rancore, si finisce per essere come i populisti del M5S, sempre impegnati nello scovare i candidati corrotti nei partiti loro avversari, ma incredibilmente incapaci di scorgere quelli in casa propria. Succede così che mentre Ferdinando Garavello, “geniale” responsabile comunicazione in Veneto, esorti i candidati a trovare nefandezze e foto imbarazzanti dei candidati degli altri partiti, nel Lazio venga fuori la storia di Emanuele Dessì, candidato del M5S nel collegio Lazio 3. L’uomo è salito all’onore delle cronache, perchè affittuario di una casa popolare dell’Ater alla modica cifra di 7.75 euro mensili.

Un affitto da 93 euro l’anno, che a sentire le parole del protagonista della storia, farebbe schifo anche a lui che sarebbe costretto a pagarlo suo malgrado. Poverino, devono aver pensato le tantissime famiglie che ogni mese pagano centinaia di euro di affitto. Il problema è che questo non sembra essere l’unico peccato del Dessì, che pare pure in grande confidenza con Domenico Spada, esponente dell’omonimo clan di Ostia, condannato a sette anni e mezzo di carcere per estorsione e usura. Un’amicizia suggellata persino da un ballo (clicca qui) e da alcuni post dalle forti tinte razziste. Ci sarebbero sufficienti elementi per additarlo al tribunale del popolo grillino del Veneto, magari evitando di dire loro come si tratti di un compagno di partito. Spesso chi di morale ferisce, di morale perisce.

Allo stesso modo, si rischia persino di fare un favore ai propri avversari, come ha giustamente fatto notare il giornalista Enrico Pazzi. Negli ultimi giorni, infatti, sulle bacheche social di molte persone gira l’immagine di un presunto cartellone pubblicitario del Partito Democratico. Sul cartello si può leggere un errore grossolano. La parola “Scenza“, infatti, è orfana della lettera i. Si tratta ovviamente di una bufala, che tuttavia ha raggiunto il suo scopo. Far condividere a migliaia di utenti social il logo del Pd. Utenti che non l’avrebbero mai condiviso altrimenti. Sono gli incerti del mestiere di alcuni bufalari di professione, che di comunicazione politica non capiscono nulla.

I grillini sono davvero curiosi. Dopo aver negato più volte di volere un paracadute in Parlamento e di credere alla corsa per la Presidenza della Regione Lazio, la candidata del M5S Roberta Lombardi alla fine ha deciso di accomodarsi su una comoda poltrona della Pisana, dove già immagina di sedere fra le fila dell’opposizione. Soltanto così si spiega la sua candidatura, anche come consigliere regionale, unico paracadute possible nell’eventualità, ormai probabile, che la parlamentare uscente del M5S arrivi terza dietro a Nicola Zingaretti e Stefano Parisi. Con questa mossa si è capito bene da chi abbia preso la Presidente del III municipio Roberta Capoccioni, disposta a tutto pur di mantenere la poltrona di Piazza Sempione. La scorsa settimana è arrivata la tredicesima firma sulla mozione di sfiducia contro la fedelissima della Lombardi. Insieme con la consigliera comunale democratica Giulia Tempesta abbiamo voluto ringraziare il gruppo consiliare e il partito democratico del III municipio per il lavoro svolto fino ad ora. Si discuta la mozione al più presto, così da poter ridare la parola ai cittadini, già dalla prossima finestra elettorale utile. Una cosa è certa, quelli che avrebbero dovuto cambiare la politica, si stanno rivelando i più poltronari di tutti.

Questa settimana il Partito Democratico ha aperto la propria campagna elettorale a Testaccio con il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Oggi pomeriggio al teatro Eliseo di Roma sarà la volta di Matteo Renzi, che a Bologna ha presentato i “Cento passi avanti per l’Italia“. Anche il Presidente del Pd Matteo Orfini ha avviato la campagna elettorale sul territorio, incontrando i segretari di sezione democratici nel collegio di Torre Angela, dove è candidato all’uninominale. Così come ha fatto Lorenza Bonaccorsi, candidata nel Collegio della Camera Roma 3.

Tantissime anche questo fine settimana le presenze ai banchetti democratici in giro per la città. Fra i tanti impegni politici di questa settimana, segnalo quello al quale parteciperò sicuramente, che si terrà venerdì 9 febbraio alle 18, presso il circolo Pd Nuovo Salario di Piazza Bortolo Belotti 37, assieme a Matteo Orfini e al candidato alla Regione Lazio Emiliano Minnucci.

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