Assessore alla scuola, al bilancio, alla trasparenza e alla partecipazione del III municipio di Roma

Oddio è lunedì #47 – il nostro compito nella storia è arginare le destre

In Sicilia la sconfitta è netta e purtroppo attesa. Una condizione che non può far piacere ed anzi ingenera una certa rabbia, perchè si possono perdere la battaglie che si combattono, ma diventa inaccettabile dover assistere con impotenza alle sconfitte annunciate. Soprattutto quando a metterci la faccia sulla sconfitta rimangono persone come Fabrizio Micari, ennesimo candidato “gentile” sacrificato sull’altare dell’atavica sindrome della scissione, di cui francamente non se ne può davvero più. I numeri sembrano suggerire che anche un centrosinistra unito non ce l’avrebbe fatta in Sicilia, dove il Partito Democratico non ha mai sfondato, nemmeno quando vinse a sostegno di Rosario Crocetta. Tuttavia, come ha detto bene ieri Lorenzo Guerini, una maggiore generosità a sinistra e una maggiore apertura al centro sono le chiavi per giocarci le nostre carte, anche contro una destra unita. Lo dicono i numeri e lo conferma soprattutto il buon senso.

Nelle scorse settimane il segretario nazionale democratico Matteo Renzi ha nuovamente aperto ad un’alleanza larga e alternativa alle destre e al populismo. Per farla funzionare, tuttavia, sono necessarie due precondizioni. La prima è che chi si riconosca nel Partito Democratico sostenga con convinzione il partito e la sua leadership, selezionata con le primarie aperte e non con i caminetti. Basta alle polemiche sterili sui giornali e sui social. Meno protagonismo personale e più lavoro per la ditta, avrebbero detto un tempo gli stessi, che adesso si riscoprono delusi e polemici contro il proprio partito. La seconda è che chi si trovi in un altro partito e voglia costruire un’alleanza con il Partito Democratico, scelga di farlo per il bene del Paese e non per minarne gli equilibri interni. In caso contrario si perde soltanto tempo e soprattutto si diventa collaborazionisti del M5S di Beppe Grillo, che cancella strumentalmente il confronto televisivo Di Maio-Renzi, con l’esplicito obiettivo di minarne la leadership nel centrosinistra. Il tempo è scaduto ed ognuno deve assumersi la propria responsabilità, ricordandosi che il nostro compito nella storia è arginare le destre. Cosa racconteremo alle future generazioni? Che ci siamo tirati indietro per antipatie e divisioni? Siamo seri e se crediamo davvero alla politica, si isolino i falchi e i provocatori, sempre presenti in ogni parte ed attivissimi sui social. E’ il tempo dei mediatori e degli statisti.

Ieri si è votato anche in X Municipio e a Ostia. Sul significato di questo voto ci sono da fare alcune riflessioni. La prima è ovviamente sull’astensione. Non sono andati a votare due elettori su tre. La scarsa partecipazione al voto indica senza dubbio lo stato di crisi profonda tra cittadini e politica. E’ un’emergenza democratica molto seria, che premia le formazioni politiche più estremiste e ci consegna il disagio dei tantissimi che non si sentono più rappresentanti. Sull’astensione, tuttavia, abbiamo tutti delle responsabilità. Ad esempio, quando si indicono le elezioni in un solo municipio a novembre, in una città in cui moltissimi cittadini si stupiscono ancora di ricevere due schede alle elezioni comunali, non si contribuisce ad alimentare la partecipazione. Inoltre, la narrazione per la quale i cittadini di Ostia avrebbero dovuto riscattare il commissariamento per mafia con il voto, si è rivelata fallata, semplicemente perchè i cittadini del X municipio, come tutti i romani, avevano già votato per il Sindaco di Roma diciotto mesi fa. Il forte nubigrafio che si è abbattuto ieri sulla capitale, provocando allagamenti delle strade e guasti elettrici nei seggi, sommato all’incapacità di intervento del Comune di Roma, infine, ha ulteriormente complicato la giornata elettorale.

Quando tanti cittadini non vanno a votare è un male per tutti, ma lo è soprattutto per il Partito Democratico, che ha l’ambizione di rappresentare la maggioranza silenziosa dei cittadini, battendosi contro i populismi arrabbiati e le destre urlanti. Ho letto qualche commento sui social e voglio seguire il consiglio di chi scrive che dobbiamo parlare prima di noi e poi dei risultati degli altri. Perciò comincio dagli 8.909 cittadini che hanno votato per Athos De Luca, attestando il Pd al 13,74% (8.686 voti), praticamente la stessa percentuale delle amministrative 2016 con Roberto Giachetti candidato sindaco. Ad ognuno di loro va il nostro grazie come Partito Democratico di Roma. In termini di voti assoluti rispetto al 2016, il Pd ha perso 3.511 voti, a fronte di un calo dei votanti di 20 punti percentuali. La verità è che i democratici del X Municipio hanno resistito stoicamente ad una campagna denigratoria, che aveva l’obiettivo di addossargli tutte le colpe e di cancellarli dal territorio. Al contrario il Pd, contro ogni pronostico, è la seconda forza politica del X Municipio.

Nelle settimane precedenti al voto c’era chi dava il Pd più vicino al 7 che al 13 per cento e chi addirittura teorizzava di non presentare il nostro simbolo alle elezioni, consigliando di liquefarci in qualche lista civica. Se c’è qualcuno che queste elezioni, pur non potendole vincere nei numeri, le ha comunque stravinte per il coraggio e la passione, sono proprio gli uomini e le donne del nuovo Pd del X municipio. Athos, Leonardo, Margherita, Claudio, Antonella, Vittorio, Gabriella, Andrea, Claudia, Fabio, Susanna, Ghassan, Lucrezia, Massimo, Monica, Andrea, Angela, Ezio, Imma, Giovanni, Tiziana, Francesco, Flavio e Simone. Sono loro il nostro orgoglio democratico e sono certo che, oltre a rappresentare l’opposizione democratica in municipio, saranno il futuro di quel territorio.

Se il Partito Democratico, malgrado le preoccupazioni della vigilia, ha sostanzialmente tenuto il proprio radicamento territoriale, gli altri hanno tutti perso molti più voti. A cominciare da chi è in testa al primo turno. La candidata del M5S Giuliana Di Pillo ha ottenuto 19.777 voti a fronte dei 42.538 presi da Virginia Raggi diciotto mesi fa. Il M5S ha quindi bruciato 22.761 voti, più della metà di quelli ottenuti nel 2016. Le elezioni sono così, prima o poi le teorie politiche e i presunti complotti, alla fine si scontrano sempre con la matematica dei voti. Quando si assite ad un’emorragia di queste dimensioni, è impossibile non trarne un giudizio sull’amministrazione pentastellata a Roma. Sicuramente sono dati che la candidata alla Regione Lazio del M5S leggerà con preoccupazione e qualche sospetto. Seppur in testa al primo turno, quindi, il M5S rischia seriamente di prendere un cappotto al ballottaggio, dove l’astensione toccherà il suo minimo storico. E’ andata molto meglio al centrodestra, che unito torna fortemente competitivo. Fratelli d’Italia prende 6.118 voti, perdendo 2.691 voti rispetto al 2016, consensi che però finiscono nelle liste civiche a sostegno della candidata Monica Picca. Forza Italia (5.355) aumenta di 430 voti e cresce di 86 voti anche la lista Noi per Salvini (2.632). La coalizione di centrodestra raggiunge il ballottaggio, complice l’assenza di un terzo polo di centrosinistra, nonostante la somma dei voti dei partiti della coalizione registri un forte calo, rispetto alla somma dei consensi raggiunti da Giorgia Meloni e Alfio Marchini, che nel 2016 era sostenuto anche da Forza Italia.

Il dato più preoccupante di questa tornata elettorale, tuttavia, è il risultato di Casapound, che partiva dai 1.750 voti del 2016. Mentre l’affluenza alle urne cale, il movimento di Luca Marsella moltiplica per tre i propri consensi, arrivando a 4.862 voti di lista e 5.944 voti di coalizione, sfondando il 9%. Mentre i cittadini moderati sfiduciati disertano le urne, per la prima volta la parte più in difficoltà dei romani guarda all’estrema destra come ad una proposta politica concreta e non più velleitaria. E’ un risultato che inquadra meglio gli episodi di violenza, intolleranza e intimidazione degli ultimi mesi. La risposta alla deriva neo fascista deve essere collettiva. Le indagini della Procura su movimenti come Forza Nuova (clicca qui) sono assolutamente necessarie, tuttavia non si può prescindere da una risposta politica, che veda la costituzione di un nuovo campo di forze democratiche e progressiste, capaci di ricostruire un nuovo argine all’eversione, che parta certamente dalla memoria condivisa, ma che sappia indicare soluzioni concrete, in grado di dare risposte ai tanti romani in difficoltà. Serve un antifascismo militante, che contrapponga alla retorica della destra, politiche sociali concrete e visibili. Dobbiamo necessariamente ricostruire una coalizione di centrosinistra coesa, che avrà bisogno delle energie di tutti, ma che non potrà mai prescindere dalle energie del popolo democratico, sempre un passo avanti alla propria classe dirigente.

 

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